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lunes, 4 de agosto de 2014

I fiori e gli uccelli di Juan Beroes, ecopoeta venezuelano


 

Juan Beroes non solo per la sua acuta sensibilità di un poeta, ma anche per la sua densa cultura umanistica ha sempre considerato ai fiori, nella scenografia mirabile del mondo di campagna –campestre-, quali più sublimi espressioni formali del mondo vegetale, allo stesso modo, equivalenti a loro, agli ucelli  sosprendenti forme di vita sul capitolo degli animali vertebrati. Entrambi, oltre gradevoli, testimoni affidabili della purezza dell’ambiente.

Piccoli ma rapidi gli uccelli, proprietari di tutti i colori, delicati, con i loro canti, i loro trilli, di allegri «celajes»[1] con il cui borbottio celebrano lo vivente negli spazi dell’aria, sono insieme ai fiori  la prova inconfutabile della bellezza dell’esistenza. Ma gli uccelli, così come i fiori, possono solo  vivere negli spazi puri, senza inquinamento, lontano dalle ciminiere delle fabbriche, in fuga dal fumo tossico prodotto  dall’industrializzazione irresponsabile.

Giocano gli uccelli con la brezza,  incrociano quali veloci frecce attraverso il vento, innamorano ai fiori con i loro trilli, ma fuggono pieni di terrore, scompaiono nelle rientranze della lontananza quando arrivano gli nemici della foresta, gli irrazionali “arboricidas” assesini degli alberi, odiosi negatori  di quello più bello del Pianate Azzuro.

Un eccezionale esempio di amore del poeta Juan Beroes (San Cristobal, 1914-Caracas, 1975) per la vita selvatica e per i  suoi insigni rappresentanti, gli uccelli, è la seguente poesia.

ALATA STAGIONE
Una canto per voi,  alati scopritori del cielo, poichè  con le vostre «armonizzate»  gole fate  zittare il rumore  dei vibranti tropici, e poi andate sui piumati canti a fermarvi lieti nei gentili angoli del vento.

Chiamo, quindi, al “canario” delle vene d’oro, perché nella finestra della mia aperta infanzia appendeva  le sue corde -cordajes-  di  sole, la sua luccicante moneta, e all’allegro “cucarachero” che dai portici d’estate me diceva: buon pomeriggio, e rubava paglierini al dorato crepuscolo per imbastire il nido, come caldi  respiri di cinguettii.

Faccio menzione del bizzarro “carpintero”, decoratore del suo rotondo nome nella parete delle corteccie vegetali; e anche del  angelico “azulejo” -colore di occhi di bambina- E  del  “turpial” alzato che con rametti della sua voce fischiante disperse le onde del calore invisibili.

Qui io  fermo al “colibrí” ondulante nel suo rumore di pazzo velluto; e al “pielerito” arcigno, bevitore di sole  in “cuencos” dell’alba; ed al furioso “arrendajo”   che nel   loro nido si espande, inchiodato al picco l’iniziale del grano.

Negli alti legnami, alla riva del venerdì, è  corona di una sola spina il “cristofué” credente;  e nella sua camera dei giovani spruzzi già è signora solitaria la “soisola”.

Il eretto “cardinal” apre nelle foglie concistori di porpora leggera, e il “tordito” visitatore persegue le donzelle per baciarle le mani di illuminato becchime.

La “tórtola” lontana vive nei frumenti, e il “chirulí” provinciale va  invadendo le grondaie con sole di questo poema.

Io corono il mio canto con voi, salutatrice  “golondrinas”,  che ritornate della mia Patria nella vostra bruna “saeta”. Quale dolce memoria strappate alla vostra testa? Che gioia giovane, che capo triste mi portate di lei? Ma torno al boschetto di orchestrali suoni  e sottoscrivo con la voce del  “gonzalito”, goccia di canto, minuscola corda, punto finale  della famiglia.
¡Vi consegno quindi all’aria, predicatrice dell’alba, e con la mia mano peccatrice che ieri accarezzo  i  frutti camminanti,  riesamino i vostri ardenti piumaggi  e polso  quelle corde che vi fraternalizzano con i cieli cantanti! (Dal poemario Materia de eternidad. Roma, 1956. p.p. 41-43).

Sorprenderà sempre la poesia di Juan Beroes, per la loro densità spirituale e la bellezza come  nord  sicuro del testo;  per la sua ricchezza esperienziale fluida attraverso il tessuto delle parole esaltate nella proprietà di una elocuzione robustamente bella, per la sua lirica costruita nel religioso silenzio del suo  giardino interno al riparo da qualsiasi concessione  avara con danni per l’arte e anche per l’anima.

Esigente nella scrittura, nell’amicizia, nel silenzio e genuino amore per la  sua patria ei suoi uomini, nella qualità e nel rigore creativo. Perciò lascio per il divertimento dei buoni lettori più di una dozzina di poesie immortali, con le quali la sua ombra e il suo  mito varcheranno con impeccabile dignità e solitudine di sempre, dalla mano della bellezza e del sentimento, per  i sentieri dell’eternità. (Dal libro Paseo por el bosque de la palabra encantada. Mérida, ULA, 1977. p. 35).


Tradotto da: http://lenincardozo.blogspot.com/2012/05/las-flores-juan-beroes-ecopoeta.html  Lubio Cardozo[2], Las flores y aves de Juan Beroes, ecopoeta venezolano. Miércoles 2 de mayo de 2012.

Lenin Cardozo, ambientalista venezuelano | ANCA24 – Hugo E. Méndez U., giornalista ambientalista venezuelano | ANCA24 Italia


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